domingo, 29 de septiembre de 2013

Fiesta de San Miguel Arcángel




Sancte Michael Archangele,
defende nos in proelio,
contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium.

Imperet illi Deus, supplices deprecamur:
tuque, Princeps militiae coelestis,
Satanam aliosque spiritus malignos,
qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo,
divina virtute, in infernum detrude.

Amen.



San Miguel Arcángel,
defiéndenos en la batalla.
Sé nuestro amparo
contra las perversidad y asechanzas del demonio.

Reprímale Dios, pedimos suplicantes,
y tu príncipe de la milicia celestial
arroja al infierno con el divino poder
a Satanás y a los otros espíritus malignos
que andan dispersos por el mundo
para la perdición de las almas.

Amén.

Lo que significa ser monaguillo

What it means to be an Altar Server from Two Sense Films on Vimeo.

miércoles, 31 de julio de 2013

Cuando la división es propiciada por el Vaticano

La noticia, seguramente, cayó como una bomba en el mundo de la Tradición. Ya se pone en funcionamiento la "topadora" que la "nueva primavera" o "nuevo curso" en la Iglesia está poniendo a punto con el fin de arrasar lo que Benedicto XVI Magno estableció con su máxima autoridad pontificia: la libre facultad de celebrar Misa con el rito antiguo.Las primeras cabezas en caer, en este caso,  son las de los Franciscanos de la Inmaculada. A mi,  sinceramente,  no me llama la atención,  ya que el actual Obispo de Roma pone en práctica lo que ya estaba acostumbrado a hacer en Buenos Aires. Preparemonos a las persecuciones que vendrán de lo más alto! A quienes les tocará después?Qué harán los Franciscanos? Resistirán o tal vez aceptarán la injusticia vaticana ofreciéndola a Dios por el bien de la Iglesia?Desde este blog quiero decirles a los Franciscanos, y creo que los lectores coincidirán conmigo, que estamos con ellos y que los apoyaremos con oraciones, pidiendo al Señor,  además,  por la conversión de los que, abusando de la autoridad conferida, la ejercen de manera arbitraria sin tener en cuenta el bien de las almas. Que Dios perdone el daño y el sufrimiento ocasionados a estos hermanos nuestros.

Miserere




I Francescani dell'Immacolata sulla strada del martirio dei Santi della Chiesa

                                     
di Cristina Siccardi

Dolore e sconcerto hanno assalito moltissimi fedeli, sacerdoti, parroci, religiosi e religiose alla notizia che all’ordine dei Francescani dell’Immacolata, Congregatio Fratrum Franciscanorum Immaculatae,  sia stato, di fatto, impedito di celebrare la Santa Messa in rito antico. Una domanda si è levata: ma la Chiesa è Madre o matrigna? La Chiesa, come Corpo mistico di Cristo è Madre, ma, spesso, come autorità umana, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, è matrigna.
Moltissime anime, dicevamo, stanno soffrendo per questa prova ingiusta perché in profonda contraddizione con il Motu Proprio di Benedetto XVI emanato nel 2007, Summorum Pontificum, che liberalizzava la Messa in rito tridentino, rito, peraltro, che non è mai stato abolito e continuava ad essere valido quanto dichiarato da san Pio V, nella Bolla Quo primum tempore:
«...in virtù dell'Autorità Apostolica, Noi concediamo, a tutti i sacerdoti, a tenore della presente, l'Indulto perpetuo di poter seguire, in modo generale, in qualunque Chiesa, senza scrupolo veruno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui dunque avranno la piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente: così che Prelati, Amministratori, Canonici, Cappellani e tutti gli altri Sacerdoti secolari, qualunque sia il loro grado, o i Regolari, a qualunque Ordine appartengano, non siano tenuti a celebrare la Messa in maniera differente da quella che Noi abbiamo prescritta, né, d'altra parte, possano venir costretti e spinti da alcuno a cambiare questo Messale.
Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l'audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell'indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo...».
Ai Francescani dell’Immacolata non sarà più consentito seguire le norme di Benedetto XVI, «papa emerito», ancora vivente, scritte nel Summorum Pontificum:
«...Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa. Le condizioni per l’uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei”, vengono sostituite come segue:
Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro [dalla Messa in Cena Domini alla Veglia Pasquale inclusa]. Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.
Art. 3. Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.
§ 3. Ai chierici costituiti “in sacris” è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962».
Siamo di fronte ad un vero abuso di potere, perpetrato attraverso un’interpretazione distorta delle norme vigenti: nel diritto canonico non è mai lecito interpretare le norme contro la loro ratio e, soprattutto, contro la salus animarum, suprema legge e principio supercostituzionale di tutto l’ordinamento della Chiesa. Scrive Sandro Magister: i Francescani dell’Immacolata
«si vogliono fedeli alla tradizione, nel pieno rispetto del magistero della Chiesa. Tant’è vero che nelle loro comunità celebrano messe sia in rito antico che in rito moderno, come del resto fanno in tutto il mondo centinaia di altre comunità religiose – per fare un solo esempio i benedettini di Norcia – applicando lo spirito e la lettera del motu proprio "Summorum pontificum" di Benedetto XVI.
Ma proprio questo è stato loro contestato da un nucleo di dissidenti interni, i quali si sono appellati alle autorità vaticane lamentando l’eccessiva propensione della loro congregazione a celebrare la messa in rito antico, con l’effetto di creare esclusioni e contrapposizioni dentro le comunità, di minare l'unità interna e, peggio, di indebolire il più generale "sentire cum Ecclesia".

Le autorità vaticane hanno risposto inviando un anno fa un visitatore apostolico. E ora ecco la nomina del commissario.
Ma ciò che più stupisce sono le ultime cinque righe del decreto dell’11 luglio:

“In aggiunta a quanto sopra, il Santo Padre Francesco ha disposto che ogni religioso della congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata è tenuto a celebrare la liturgia secondo il rito ordinario e che, eventualmente, l’uso della forma straordinaria (Vetus Ordo) dovrà essere esplicitamente autorizzata [sic] dalle competenti autorità, per ogni religioso e/o comunità che ne farà richiesta”.

Lo stupore deriva dal fatto che ciò che qui viene decretato contraddice le disposizioni date da Benedetto XVI, che per la celebrazione della messa in rito antico “sine populo” non esigono alcuna previa richiesta di autorizzazione:
“Ad talem celebrationem secundum unum alterumve Missale, sacerdos nulla eget licentia, nec Sedis Apostolicae nec Ordinarii sui”[1].
Mentre per le messe “cum populo” pongono alcune condizioni, ma sempre assicurando la libertà di celebrare.

In generale, contro un decreto di una congregazione vaticana è possibile fare ricorso presso il supremo tribunale della segnatura apostolica, oggi presieduto da un cardinale, l’americano Raymond Leo Burke, giudicato amico dai tradizionalisti.
Ma se il decreto è oggetto di approvazione in forma specifica da parte del papa, come sembra avvenire in questo caso, il ricorso non è ammesso»[2]. Pertanto i Francescani dell’Immacolata, dovranno attenersi al divieto di celebrare la messa in rito antico a partire da domenica 11 agosto.

Certo è che la situazione è davvero grave: diritti soggettivi di sacerdoti e fedeli, garantiti da almeno 500 anni di costante imperio pontificio e di consolidata prassi ecclesiale, salvo che per i 38 anni intercorsi tra la riforma liturgica del 1969 ed il Summorum Pontificum del 2007 (con progressivi allentamenti di tali vincoli, quanto meno a partire dal 1984), vengono ora messi in discussione. Cosa ancora più grave è il modo con cui ciò viene realizzato: non una riforma legislativa chiara ed organica, ma l’avallo pontificio di un atto amministrativo, che viene così reso non impugnabile presso le superiori istanze.
Dev’essere profondamente tragico e penoso per i Francescani dell’Immacolata, costretti a celebrare la Messa soltanto nella forma moderna… lacrime versate per chi e per cosa? Occorre, inoltre, prestare molta attenzione: il Vetus Ordo non è una realtà chiusa in se stessa. Vivere la Santa Messa antica significa avere uno stile cattolico diverso, autentico: nella nuova si vive la mensa, l’ “assemblea” convocata banchetta insieme e partecipa al sacerdozio, nell’antica il celebrante compie, in persona Christi, il Santo Sacrificio del Calvario e i fedeli, che assistono, si abbeverano alla fonte della Grazia eucaristica. Non si tratta semplicemente di gusti estetici più raffinati ed eleganti; paramenti sacri più belli o paramenti più brutti; più fiori sull’altare, più candele accese o meno; di organi o chitarre; di cori angelici o cori rock… si tratta di vivere o meno la Santa Messa come Sacrificio propiziatorio.
Finalmente, però, di fronte a questi fatti, qualcuno aprirà gli occhi e dirà: «è vero, dunque, che il rito della Messa divide!», infatti, ha ancora scritto Magister: «un caposaldo del pontificato di Joseph Ratzinger è stato incrinato. Da un’eccezione che molti temono – o auspicano – diventerà presto la regola»[3].

Nel 1965 padre Stefano Maria Manelli O.F.M. Conv. riscoprì e meditò le Fonti Francescane e gli scritti di san Massimiliano Maria Kolbe. Fu così che la vigilia di Natale del 1969 chiese al Superiore generale dei Frati Minori Conventuali, padre Basilio Heiser, di avviare una nuova opera di vita francescana. Il superiore assecondò l’istanza. Nella Regola sta scritto: preghiera e povertà, penitenza e intenso lavoro di apostolato. Ma che preghiera! E quale povertà! Quelle che toccano il Cuore di Dio e fanno piovere grazie sulla terra, oggi così arida proprio perché invece di vivere povertà e preghiera si declama il pauperismo e, invece di pregare, si decanta la cosiddetta «dignità umana», il pacifismo, l’ecumenismo, la libertà religiosa… e poi si calpesta la dignità di chi rispetta la Fede, la speranza, la carità, le virtù teologali, le virtù cardinali, i dogmi, la dottrina della Chiesa di sempre.
I Francescani dell’Immacolata sopportano il duro freddo dei mesi invernali; calzano i sandali con i piedi nudi, anche sotto l’acqua e nella neve. Per quanto riguarda il nutrimento non si acquista nulla, ma si aspetta tutto dalla Provvidenza. Molto rigore, eppure… un florilegio di vocazioni ed ecco che il gruppo di frati viene riconosciuto dalla Chiesa: il 22 giugno 1990, solennità del Sacro Cuore di Gesù, l’allora Arcivescovo di Benevento Mons. Carlo Minchiatti, «per decisione del Santo Padre» (cfr Segreteria di Stato Prot. n. 258.501), firmò il decreto di erezione del nuovo Istituto di Diritto diocesano, e il 23 giugno 1990, festa del Cuore Immacolato di Maria, avvenne l’erezione effettiva dell’Istituto presso il Centro La Pace di Benevento, con la professione dei voti di circa 30 religiosi. La rapida crescita dello stesso ordine nel mondo e le credenziali dei vescovi nelle cui diocesi si trovano le case dell’Istituto, portò il 1º gennaio 1998, solennità della Madre di Dio, al riconoscimento pontificio (cfr. CRIS Prot. n. B 242-1/94). La novità proposta dal fondatore consiste nel «voto mariano», che viene emesso nella professione religiosa al primo posto, seguito dai voti di castità, povertà, obbedienza.
Il carisma dell’Istituto è francescano-mariano, che consiste nel vivere il francescanesimo alla luce dell’Immacolata secondo la Regola bollata di San Francesco d’Assisi e la Traccia mariana di vita francescana, con la consacrazione illimitata all’Immacolata, che riporta i religiosi alle pure origini mariane del francescanesimo (Santa Maria degli Angeli) e ai recenti esempi e insegnamenti di san Massimiliano Maria Kolbe (“folle” dell’Immacolata e martire della carità), con una spinta particolare alla missionarietà e all’uso dei mass-media per l’apostolato.

Quale sarà ora l’atteggiamento che terranno i Francescani? Quello di rimanere fedeli alla Tradizione della Chiesa? Oppure, come già hanno fatto altri in passato, perché impauriti dalle sentenze e dalle drastiche misure nei loro confronti, di cedere alle pressioni e alle minacce?
Qui non si tratta di una disobbedienza, ma del contrasto fra due obbedienze: obbedire agli uomini o a Dio. Nessuna norma di Santa Madre Chiesa può contenere un danno alla salvezza delle anime; se lo contenesse cesserebbe ipso facto di essere norma della Chiesa e sarebbe arbitrio personale degli uomini di Chiesa che l’hanno varata. Questo, nel diritto canonico, non ha unicamente valore etico, ma valore giuridico immediatamente applicabile. Da ciò consegue che chiunque resista ad un comando ingiusto non viola il diritto, ma lo applica e, a contrario, chi applica una norma ingiusta viola il diritto canonico.
A raddrizzare le sorti della Chiesa in crisi solitamente sono i santi, mentre le autorità costituite, di norma, tutelano e perpetuano le ricchezze della Tradizione nei momenti di fulgore spirituale: pensiamo a Sant’Atanasio nell’epoca dell’eresia ariana, così colpevolmente tollerata dai Pontefici del tempo, in complice sudditanza con il potere politico; a Santa Ildegarda di Bingen fra i catari e il lassismo di conventi e monasteri, di Vescovi e Imperatori; all’energia restauratrice della romana Sede Apostolica di santa Caterina da Siena, vincitrice della pusillanimità pontificia nei confronti del Re di Francia; a san Francesco d’Assisi, punta di lancia del dominio universale di Innocenzo III, contro ogni forma di democraticismo pauperista e di supremazia statolatrica nei confronti della Chiesa (quel san Francesco che rivendica, di fronte al Sultano, il diritto dei crociati a muovere guerra all’Islam ed ai suoi seguaci, non solo in Europa, ma anche in Terra Santa, come testimoniato da Fra’ Tommaso da Celano, suo primo biografo); ai santi della Controriforma, così strenuamente impegnati a combattere e reprimere eresie e tentazioni esoteriche: da san Roberto Bellarmino, confratello del regnante Pontefice, splendido accusatore nel processo contro Giordano Bruno, a san Carlo Borromeo, grandiosa personificazione della povertà e del sacrificio in privato, quanto della magnificenza nell’adempimento delle sue funzioni di Vescovo, a san Filippo Neri, consigliere dei Papi e sublime asservitore dell’ironia e della gioia di vivere alla purezza di dottrina e di costumi, a san Francesco di Sales, eroico leone della lotta anticalvinista nella stessa Ginevra ed  in tutte le terre circostanti.
Scriveva il grande Cardinale Newman, che nell’assistere alla Messa antica nelle chiese di Roma, di Sicilia e di Milano e nello studiare i Padri della Chiesa si convertì al Cattolicesimo:
«È degno di non poco rilievo il fatto che, sebbene, storicamente parlando, il quarto secolo sia l’età dei dottori, illustrata com’è dai santi Atanasio ed Ilario, i due Gregori, Basilio, Crisostomo, Ambrogio, Girolamo ed Agostino (e tutti costoro anche santi vescovi), eccetto uno, nondimeno, proprio in quel periodo la Tradizione Divina affidata alla Chiesa infallibile, venne proclamata e conservata molto di più dai fedeli che dall’episcopato»[4].

Non è forse ciò che sta accadendo? Ma oggi i santi dove sono? Gli eroi della Fede dove sono? Coloro che con parole e azioni sappiano manifestare la verità dove sono? Forse la Divina Provvidenza, di fronte al crollo del Cattolicesimo, ai suoi principi dottrinali e morali, sta chiamando i Francescani dell’Immacolata alla resistenza? Che cosa avrebbe fatto al loro posto san Paolo, che, come egli stesso dichiara ha apertamente resistito a Pietro perché palesemente sbagliava[5]? Avrebbe ceduto alle superiori istanze gerarchiche o sarebbe rimasto fedele alla Fede per la quale esiste la Chiesa?
In questa vicenda, apparentemente marginale, si gioca una partita di grande importanza per l’evoluzione della crisi che attualmente travaglia la Chiesa: si scontrano l’arbitrio, che trova unicamente nell’ideologia rivoluzionaria conciliarista la sua ragion d’essere, ed il diritto cristiano, che è tale perché discende dalla verità naturale e rivelata. Molto bene ha messo in evidenza ciò Enzo Bianchi[6] nel suo articolo di attacco calunnioso alla Fraternità Sacerdotale San Pio X: l’unica vera ragione per proibire e/o anche solo ostacolare la celebrazione della Santa Messa nel rito antico è che essa costituisce la pietra d’inciampo sulla strada del cammino modernista. Di ciò si era già ben avveduto san Pio da Pietrelcina, quando, all’indomani del Concilio Vaticano II, si rifiutò di abbandonare la Messa di sempre, nonostante gli ordini e le pressioni delle competenti autorità; tale rifiuto fu tanto fermo da indurre Paolo VI ad ammirarne lo zelo di Fede e la determinazione fino al punto da concedergli personale indulto. Appare quindi evidente la grandissima responsabilità che incombe sui Francescani dell’Immacolata, responsabilità che trova nel Padre spirituale del loro fondatore[7] lume di consiglio ed esempio di azione: essi si trovano posti di fronte alla scelta fra il martirio dei santi della Chiesa, seme dei Cristiani, e l’inutile martirio della propria consumazione fisica e spirituale nell’iniqua obbedienza all’ingiustizia… il Crocefisso di Giotto, che imperioso sta nella loro maestosa chiesa di Ognissanti a Firenze, li sta a guardare.




[1] Nota di Sandro Magister: «Curiosamente, ancora sei anni dopo la pubblicazione, il motu proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI continua a essere presente nel sito ufficiale della Santa Sede solamente in due lingue e tra le meno conosciute: la latina e l’ungherese».
[2] S. Magister, La prima volta che Francesco contraddice Benedetto, in:
[3] S. Magister, La prima volta che Francesco contraddice Benedetto, in:
[4] J.H. Newman, Gli ariani del IV secolo, Jaca Book-Morcelliana, Milano 1981, p.361.
[5] Cfr. Gal 2, 11.
[7] Padre Stefano Manelli è figlio spirituale di Padre Pio, dal quale ebbe l’ispirazione di fondare i Francescani dell’Immacolata.

Fonte:


http://blog.messainlatino.it/2013/07/i-francescani-dellimmacolata-sulla.html

sábado, 8 de junio de 2013

El martirio de un Papa

Es un video muy conmovedor! Impecable la descripción de su vida desde el nacimiento hasta su abdicación. Se habla mucho de todo lo que ha debido sufrir Benedicto XVI, de su martirio!



jueves, 30 de mayo de 2013

Los que siembran cizaña

No nos falta nada! No sólo no se conforman con poner todo tipo de obstáculos a la aplicación del Motu Proprio "Summorum Pontificum" en sus propias diócesis, sino que aprovechan para sembrar cizaña ante el nuevo Obispo de Roma. Son los "pastores" de la Región de Puglia que se fueron a quejar por las supuestas divisiones que crean los que seguimos el Sacro Rito Tradicional. La idea es la derogación del documento de Benedicto XVI porque evidentemente les quita el sueño... La respuesta es un no de parte del Obispo de Roma quien a su vez les cuenta que le había sido sugerida la remoción del Maestro de Ceremonias. "Dije que no, justo porque yo mismo pueda hacer tesoro de su preparación tradicional y contemporáneamente él pueda sacar ventaja, del mismo modo, de mi formación más emancipada".

Vamos a ver qué significa "emancipada". La palabra viene de "emancipación", en el sentido más extenso del término, se refiere a toda aquella acción que permite a una persona o a un grupo de personas acceder a un estado de autonomía por cese de la sujeción a alguna autoridad o potestad.

Qué quiso decir el Obispo de Roma con una "formación más emancipada"? A mí la palabra me da miedo, en este contexto... De qué debería emanciparse?
Reconozco que no es fácil entender muchas veces qué quiere decir con sus dichos el nuevo Obispo de Roma. Quizá el padre Lombardi pueda ayudarnos a esclarecer las obvias dudas que el nuevo lenguaje papal nos plantea.


Artículo del amigo Andrea Carradori:



MARTEDÌ 28 MAGGIO 2013

I vescovi che disprezzano il Magistero sono credibili ?


Dal blog chiesaepostconcilio, prendo un efficace intervento di una fedele che si firma Luisa a commento della recente dichiarazione , condita dalla solita stantìa ideologia progressista-postconciliare, di S.E.R. Mons. Domenico Padovano, vescovo di Conversano e Monopoli che “ al clero della sua diocesi ha raccontato come la priorità dei vescovi della regione del Tavoliere sia stata quella di spiegare al Papa che la messa in rito antico sta creando grandi divisioni all’interno della chiesa. Messaggio sottinteso: il Summorum Pontificum va cancellato, o quanto meno fortemente limitato. Ma Francesco ha detto no
Anch’io come Luisa non riesco a spiegare il senso di una frase attribuita al Papa : “Vedete? Dicono che il mio maestro delle cerimonie papali [Mons. Guido Marini, odiatissmo sia dai Prelati Curiali che da numerosi Vescovi periferici N.d.R.] sia di stampo tradizionalista; ed in molti, dopo la mia elezione, mi hanno invitato a sollevarlo dall’incarico e sostituirlo. Ho risposto di no, proprio perché io stesso possa fare tesoro della sua preparazione tradizionale e contemporaneamente egli possa avvantaggiarsi, allo stesso modo, della mia formazione più emancipata”.

Esiste una Liturgia più “ emancipata “ ?
Esiste una Teologia più “emancipata” ?
Esiste una Chiesa più “emancipata” ?
La Fede può “emancipare” ?
Dio può “emancipare” ?

Andrea Carradori


« Quando sono i vescovi, acerrimi nemici del Motu Proprio Summorum Pontificum, a riportare le parole di Papa Bergoglio sulla Liturgia, che credibilità possono avere?

“vivere il rapporto con la liturgia con semplicità e senza sovrastrutture”.

E vlan ! uno schiaffo a Papa Benedetto !

Povere vittime ( i Vescovi pugliesi N.d.R.)  che vanno a lamentarsi dal Papa della divisione che portano i fedeli legati alla Messa nella forma straordinaria!

E un altro graffio a Benedetto XVI che l`ha liberalizzata.

La divisione non sono forse questi vescovi ribelli che hanno fatto di tutto per impedire l`applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum; che hanno sbattuto in faccia le porte ai cattolici che avevano l`ardire di domandare quel che era un loro diritto?

E non illudetevi, non crediate che quando Mons. Molfetta scrive:

"Papa Francesco, alla luce di certi fenomeni del recente passato in cui sono state registrate sul piano liturgico non poche derive, ha esortato noi vescovi, riferendoci anche alcuni esempi concreti, a vivere il rapporto con l’azione liturgica, in quanto opera di Dio, da veri credenti al di là di ogni tronfio cerimonialismo, pienamente consapevole che la ‘nobile semplicità’ di cui parla il Concilio, non è sciatteria ma Bellezza, bellezza con la ‘B’ maiuscola".

Si riferisca agli abusi liturgici commessi nelle parrocchie con la Messa nella forma ordinaria, non pensa allo scempio liturgico tollerato e incoraggiato, noooooo, pensa solo a chi si lascia andare al "tronfio cerimonialismo"!
Patetici, caricaturali, ma sono questi i Custodi della Liturgia che non solo sono stati incapaci di proteggerla dalle manipolazioni arbitrarie ma le hanno legittimate, anche con la loro presenza.

Quel che è successo a Genova, legittimato dal card. Bagnasco, è lo specchio dello stato comatoso della Chiesa, e l`Italia non sembra far eccezione.

Ancora aggiungere che Jorge Bergoglio è tutto salvo un amico del Motu Proprio Summorum Pontificum :  è vero che ha subito permesso l`applicazione del SP ma per poi snaturarlo completamente con il risultato che, a parte la FSSPX, no c`è più nessuna Messa Tridentina a Buenos Aires ( malgrado numerose , crescenti richieste anche da parte di giovani sacerdoti N.d.R.)
Mi piacerebbe sapere che cosa intende per "formazione più emancipata" grazie alla quale Mons. Marini potrebbe avvantaggiarsi! » LUISA

lunes, 29 de abril de 2013

Lo que hay que saber sobre la Santa Misa Tradicional

Gracias al hermano Franco de Jesús Sacramentado por estas clarificantes explicaciones sobre la Santa Misa Tradicional.


¿Diez objeciones a la Santa Misa Tradicional?

da Franco De Jesús Sacramentado (Note) Domenica 4 dicembre 2011 alle ore 3.59


Tan grande es la confusión y falta de conocimiento sobre la misa tradicional que hemos querido resumir en 10 puntos las objeciones más habituales que se oyen entre la gente. Nuestra esperanza es contribuir a la aclaración de ciertos puntos. Pero si los lectores solicitan otras puntualizaciones, estamos a disposición, lo mismo que abiertos a las correcciones de los doctos en el tema.


1) Fue abolida por el Concilio Vaticano II / el papa Pablo VI.

Primero, la liturgia tradicional del rito romano vigente durante 15 siglos no podría haber sido abolida. Tampoco había caído en desuetudo, porque era el rito más común de la Iglesia latina hasta 1969, dado que los otros están muy vinculados con tradiciones particulares de ciertas regiones. Esto lo acaba de confirmar nuevamente el Papa Benedicto XVI en su Motu Proprio Summorum Pontificum.

Segundo, la Bula Quo Primum Tempore, de San Pío V que canoniza la codificación del rito, la autoriza a perpetuidad. Así pues, en el número XII de sus prescripciones dice: "Así pues, que absolutamente a ninguno de los hombres le sea lícito quebrantar ni ir, por temeraria audacia, contra esta página de Nuestro permiso, estatuto, orden, mandato, precepto, concesión, indulto, declaración, voluntad, decreto y prohibición.

"Más si alguien de atreviere a atacar esto, sabrá que ha incurrido en la indignación de Dios omnipotente y de los bienaventurados Apóstoles Pedro y Pablo."

2) Fue una reforma del Concilio de Trento y del papa Pío V, equivalente al Vaticano II y al papa Pablo VI

En sentido propio no fue una “reforma”, sino el ordenamiento y la codificación de la tradición litúrgica del rito romano. No se impuso por la fuerza y solo se prohibieron los ritos particulares con menos de 200 años de antigüedad que abundaban bajo el nombre de “galicanos”.

El Vaticano II nunca mandó abolir el rito romano. En la práctica posconciliar se “fabricó un rito nuevo” y la iniciativa, tolerada por el Papa Paulo VI, es verdad, de realizar una prohibición “de facto” nació especialmente del celo antitradicional de Mons. Bugnini. Esta iniciativa tan a contrapelo de la tradición litúrgica motivó muchas objeciones, entre las que destaca el trabajo crítico de los Cardenales Bacci y Ottaviani.

Ya desde un principio el propio Papa Paulo VI vio la necesidad de escuchar el reclamo de los fieles católicos que pedían no se proscribiera de hecho la misa tradicional y también deaclarar muchos errores litúrgicos a los que dicha reforma dio pie.

3) Es una liturgia muy europea, poco apta para misionar o para los pueblos del “tercer mundo”. Es una liturgia restringida a la mentalidad occidental latina.

El rito romano es el más amplio, ecléctico y tradicional de todos los que están en uso en la Santa Iglesia Universal. Ha tomado elementos de todas las tradiciones litúrgicas, por lo cual es la más antigua, la más universal y además, la propia de la Sede universal petrina. Conserva formas de la liturgia griega en esta lengua o en latín, el riquísimo aporte de los salmos del Antiguo Testamento, tanto en el misal como en el oficio divino y el ritual sacramental. Inclusive muchos términos hebreos, como aleluya, amén, sabaoth, hosanna, y otros propios del leccionario.

Por otro lado, merced a la intensa labor misionera en América, Asia y Africa, es la más difundida en todo el mundo, donde ha sido aceptada sin resistencia.

4) El latín es incomprensible. Aleja a los fieles de la celebración.

El latín es la lengua madre del castellano, francés, rumano, portugués, catalán, italiano, y tiene una fuerte influencia en el inglés y el alemán. Es una lengua con la que todos estamos familiarizados, y usamos muchas veces su léxico creyendo utilizar términos en inglés (super, index, lexicon, & (et), curricula, comfort, media, etc.).

Los misales para fieles, además de ser extraordinarios instrumentos de devoción, hacen imposible que una persona medianamente instruida tenga dificultad para entender los textos de la ceremonia, o su sentido, puesto que las rúbricas no solo son claras, sino que son estables, no cambian a gusto del celebrante.

Tanto la homilía como las lecturas de la epístola y el evangelio se realizan ritualmente en latín y luego se traducen a la lengua vernácula para los que no quieran usar misal.

Usualmente se edita una hoja volante con el propio de cada domingo (introito, colecta, gradual, epístola, evangelio, ofertorio, comunión, secreta, post-comunion…) en los lugares donde actualmente se celebra la misa tridentina. Con una carilla el fiel puede tener a la mano lo que cambia domingo a domingo (el propio) En cambio las partes fijas (el ordinario) rápidamente se aprenden de memoria, precisamente porque son “fijas”. Niños de primera comunión saben estas partes rezadas y hasta cantadas por haberlas oído rezar o cantar, casi sin ningún esfuerzo.

Finalmente, si aleja a los fieles, hemos de remitirnos a los hechos. Las comunidades de misa tradicional crecen a un ritmo muy superior a la media de las de misa nueva. No por nada el Papa la apoya con tanta insistencia su restauración.

5) En la misa tridentina no se puede “participar”.

Primero hay que tener en claro de qué forma puede participar un seglar en la liturgia, conforme a las normas litúrgicas tradicionales.

Fuera del acolitado de los laicos varones o la participación en la schola cantorum, (coro) los seglares no intervienen en la ceremonia litúrgica. Participan de los diálogos litúrgicos con el sacerdote, las oraciones, las procesiones, el canto, la comunión… No parece poco. Queda claro que el sacerdocio que habilita a celebrar, leer o predicar es el ministerial, y por lo tanto quienes no formen parte del clero –y según el grado de las órdenes recibidas- no “protagonizan” la liturgia.

Los fieles no administran la comunión, no la reciben en la mano (la Madre Teresa de Calcuta decía que el mayor mal de estos tiempos era recibir la comunión en la mano…). Van a misa a adorar, pedir perdón, ofrecer espiritualmente la oblación junto con el sacerdote, a recibir sacramentalmente a Nuestro Señor Jesucristo, pedir gracias, sufragar con sus oraciones las almas del purgatorio, pedir por los vivos, conmemorar al papa y al obispo. En definitiva a adorar a Dios, santificarse y rezar por la santificación de los fieles y de los que no lo son.


6) Se descuida la enseñanza y el adoctrinamiento de los fieles quitándole importancia a la "liturgia de la palabra".

La misa no tiene por función adoctrinar a los fieles. Solo una parte de ella se dedica a esto, hoy llamada “liturgia de la palabra” siguiendo la terminología de la nueva teología litúrgica. En el rito tradicional se denomina “misa de los catecúmenos”, es decir, de los que están siendo adoctrinados para recibir el bautismo.

No es posible olvidar la propedéutica litúrgica: primero el sacerdote reza oraciones al pie del altar. Principalmente salmos penitenciales, disponiendo el ánimo a la contrición del alma para poder celebrar los sagrados misterios. Recién cuando se ha hecho este acto penitencial sube el celebrante al altar. La misma disposición deben guardar los fieles. Luego del último acto de contrición (rezo o canto en griego del Kyrie (Kyrie eleison, Christe eleison, Kyrie eleison), tres veces cada frase alternando con los fieles, comienza la parte dirigida principalmente a la instrucción en la doctrina, o parte docente propiamente dicha. Lecturas y homilía. Luego se reza la confesión de Fe, Credo, y da comienzo el ofertorio, o misa propiamente dicha. Esta parte se dirige a nuestra fe, convocándonos a la adoración del misterio.

La Iglesia nos invita a disponernos con humildad a la celebración, luego nos instruye, nos invita a confesar la fe y finalmente a contemplar y adorar el misterio de la eucaristía. Muchísimos gestos y oraciones tienen por función implorar a Dios sea propicio y aceptable, por los méritos de Nuestro Señor Jesucristo y de sus santos, este ofrecimiento.

De modo que no se descuida la doctrina, sino que se gradúa según la importancia que tiene en el acto sacrificial. Otras actividades extralitúrgicas se dedican especialmente a la doctrina. Sin embargo, no perdamos de vista el carácter intrínsecamente didáctico de la liturgia que resume el antiguo apotegma: la ley de la oración es la ley de la fe. Eso que rezamos nos instruye en la Fe porque es lo que creemos.

7) El sacerdote desprecia a la asamblea, da la espalda a los fieles y realiza toda la ceremonia en el presbiterio.

El sacerdote se “orienta”, es decir, mira al oriente, hacia el monte calvario (como los musulmanes miran a La Meca, centro espiritual de su religión). Normalmente la misa debe celebrarse sobre un altar (no una mesa) “orientado”. Este debe ser preferiblemente de piedra y en caso que no pueda hacerse al menos tener el ara o piedra de altar, lugar sobre la cual se realiza la consagración. Esta piedra está tiene dentro reliquias de santos mártires. Los altares son consagrados, porque simbolizan el cuerpo de Cristo. Por eso se los besa, se los incienza y se lo adorna y reverencia. Cuando el Santísmo está en el sagrario, se hace una genuflexión al pasar frente a él. Pero aún cuando no lo está, se hace una reverencia profunda ante el altar, porque es un lugar sagrado.

En medio del altar está el Sagrario, lugar de reserva de la Sagrada Eucaristía para su adoración y administración a los fieles. Es el sancta sanctorum, que viene de la tradición hebrea, el lugar donde solo tiene acceso el sacerdote. En la liturgia oriental esta reserva es mucho mayor, llegando a cerrar el altar detrás de puertas (iconostasio) que solo se abren durante la consagración.

Por el costado derecho del altar (lado del evangelio) una lámpara votiva que se alimenta de aceite arde en honor a Cristo y señala su presencia. Cuando el sagrario está cerrado y las sagradas formas no están expuestas, debe realizarse una genuflexión simple al pasar frente a él. Cuando está expuesto, ambas rodillas se doblan y se hace una reverencia profunda. Por eso también se persigna el católico al pasar frente a una iglesia, para dar señal de reverencia a Cristo sacramentado.

El altar está como mínimo a tres gradas sobre el nivel de los fieles, simbolizando el Gólgota y a la vez la jerarquía del cuerpo místico cuya Cabeza es Cristo mismo. Al altar sigue el presbiterio, es decir, el lugar de los clérigos o de los consagrados al servicio del altar. Durante la liturgia, salvo el acolitado de los varones laicos, ningún otro seglar tiene función alguna.

De modo que los fieles no son los protagonistas puesto que no se trata de una conferencia, o reunión social, sino de un rito de adoración celebrado por el sacerdote, que es otro Cristo, pontífice entre Dios y los hombres. Pero en la “misa de los catecúmenos” o cuando el rito impone saludar, bendecir, absolver, o dirigirse a los asistentes por medio de una homilía, etc. el sacerdote mira al pueblo fiel. La liturgia es una escuela de cortesía, jamás se dirige el sacerdote a los fieles sin mirarlos.


8) Las mujeres se ven forzadas a usar un velo en señal de sumisión.


El uso del velo en el templo es mandato apostólico de San Pablo a la mujer. El apóstol de las gentes, que ha atestiguado muchas tradiciones litúrgicas, dice en su epístola primera a los Corintios, “Quiero que sepáis que Cristo es la cabeza del varón como el varón es la cabeza de la mujer y Dios lo es de Cristo. … Por lo tanto, debe la mujer traer sobre la cabeza la divisa de la sujeción a la potestad, por respeto a los santos ángeles”. (I Cor, 11, 4 y 10). Esta divisa es un velo, que en la tradición hispana ha dado lugar a la creación de magníficas mantillas, muy apreciadas por su belleza y arte. De hecho la tradición se mantiene en los trajes de bodas de las novias.


9) Solo se puede comulgar de rodillas y en la boca, no de pie ni en la mano.

Recordemos que en el Santísimo Sacramento está realmente presente el cuerpo, sangre, alma y divinidad de Nuestro Señor Jesucristo. Hay presencia real.

El modo de recibir la comunión es variable según los ritos. El romano tradicional lo ha establecido de rodillas, bajo la especie del pan (ácimo) en forma de delgada lámina para minimizar el riesgo de que las partículas caigan y a fin de que se facilite la manducación.

Por ese mismo motivo el sacerdote que ha consagrado mantiene los dedos índice y pulgar de la mano derecha juntos hasta la purificación posterior a la comunión de los fieles: para evitar que partículas de la forma consagrada caigan. Y por eso se coloca una patena o bandeja bajo el mentón del fiel al comulgar, a fin de recoger las partículas, en cada una de las cuales está entero el sacramento.

La comunión en la mano fue impuesta por la fuerza y luego indultada para Holanda por Paulo VI, donde se comenzó la práctica ilegal. Finalmente, de un modo irregular se impuso en muchos lugares donde no era ni requerida ni practicada. Hoy, curiosamente, en numerosas iglesias “prohiben” comulgar de rodillas y en la boca, cuando ésto es lo que manda y recomienda la Iglesia.


10) No se concelebra, desdeñando un signo de unidad y caridad entre el clero y los gestos de amor fraterno. Celebran misas privadas sin fieles.

En el rito tradicional no se concelebra salvo en las ordenaciones presbiteriales o en las consagraciones episcopales. Cuando dos o más sacerdotes concelebran, solo se celebra una misa. La concelebración reduce el número de misas, las que, sean ya privadas o públicas, siempre tienen un valor infinito. ¿Hay mayor caridad que ofrecer el Santo Sacrificio? ¿Para que pide el Señor obreros en su mies, sino principalmente para ofrecer el Santo Sacrificio?

El acólito representa al pueblo fiel. En la misa privada, el diálogo ocurre entre el sacerdote y el pueblo, significado por el acólico. Los fieles siempre están presentes de un modo espiritual.

Hay infinidad de signos rituales de caridad que se observan dentro de la sobriedad del rito. Por ejemplo, el saludo de paz, que viene de la tradición hebrea, se significa con una reverencia en que se juntan la cabezas de los clérigos mientras acercan sus manos a los hombros del saludado. El que comienza la ceremonia es el celebrante (no mero presidente) quien recibe la paz de Cristo mismo, a quien representa y en cuyo nombre la hace descender jerárquicamente a su diácono, subdiácono y clero y fieles.

Por el contrario, los usos del rito moderno nos privan de muchas gracias: las bendiciones que los sacerdotes reiteradamente dirigen al pueblo durante la ceremonia. El “asperges” de las misas solemnes, donde el celebrante asperja con agua bendita a los fieles y al clero. La doble absolución (no sacramental) del sacerdote a los fieles después del sendos actos de contrición. La solemne bendición final. Las oraciones indulgenciadas que siguen a la misa cuando estas son rezadas.

AD MAIOREN DEI GLORIAM!!! VIVA LA SAGRADA TRADICION QUE NUNCA SE FUE SINO QUE TRATARON DE ESCONDER! VIVA!!! VIVA!!! 

martes, 9 de abril de 2013

Malestar que no se puede ignorar


Poco a poco vamos notando cómo algunos medios se hacen eco de las voces que, con preocupación, siguen el decurso del nuevo pontificado del Obispo de Roma Francisco.
El artículo que propongo hoy describe exactamente cuáles son los motivos por los cuales el malestar se hace cada vez más evidente en el mundo tradicional del cual yo también formo parte. Una cosa tiene que quedar clara: la elección canónica de Francisco es una elección válida y, como católicos, tenemos que aceptarla! Eso no quita que, ante los cambios introducidos por el nuevo Papa, nos encontremos un poco... o bastante preocupados y mortificados, porque el trabajo realizado por Benedicto XVI en sus casi ocho años de pontificado para restablecer el decoro en la liturgia, revalorizar el significado de los símbolos pontificios, enseñándole a la gente a apreciarlos y a tomar conciencia de que un Soberano Pontífice puede ser igualmente una persona humilde y pobre sin tirar a la basura la dignidad pontificia, vemos que prácticamente, en un abrir y cerrar de ojos, todo ésto está siendo dejado de lado! Lo peor de todo es que se lo está haciendo con el Pontífice emérito aún con vida! Porque Benedicto XVI, si bien está retirado, no vive en una isla desierta. Tiene acceso a los medios de comunicación como todos nosotros. Lo imagino leyendo las novedades y repitiéndose: "La Iglesia no es mía, no es nuestra, es de Cristo!". Para reconstruir algo a veces se necesitan años... Para destruirlo... bastan sólo segundos! Estoy segura de que esta mortificación la está ya ofreciendo al Señor!
Jamás olvidaremos todo lo que Benedicto nos ha enseñado. Gracias, muchas gracias, Santo Padre!



Critiche dei tradizionalisti a Papa Francesco

Papa Francesco piace quasi a tutti, religiosi, laici, credenti e non credenti, cantanti e calciatori; ma c’è una categoria di persone che (sempre più apertamente) manifesta una certa perplessità sull’inizio di pontificato di Papa Francesco.
 
Sono i cosiddetti cattolici tradizionalisti, quelli affezionati alle liturgie antiche, al latino, e a tutto quell’apparato di simboli che la Chiesa Cattolica ha sviluppato nell’arco dei suoi 20 secoli di storia.
 
Sono persone di tutte le età e tutte le nazionalità, sono estremamente preparati, spesso ferventi cattolici, studiano con passione i simboli e la storia della Chiesa, cercando di ricondurre i simboli ai propri significati, e ritengono che le tradizioni (anche liturgiche o di cerimoniale) legate al Papato abbiano valore ancora oggi, e non siano tutte da buttare via.
 
Il pontificato di Benedetto XVI aveva dato in un certo qual modo un riconoscimento esplicito alle loro istanze, visto che il Papa Emerito ha dedicato alla liturgia (ed al suo valore) una parte significativa del proprio magistero; li ha fatti uscire dalla semi-clandestinità con ilMotu Proprio Summorum Pontificum, con il quale si stabilisce che la liturgia secondo il messale del 1962 (in sostanza, la Messa pre-conciliare) può essere celebrata da qualsiasi sacerdote di rito latino in qualsiasi diocesi di rito latino, senza la necessità di autorizzazione esplicita da parte del Vescovo locale, autorizzazione prima necessaria, secondo quanto stabilito dalla circolare Quattuor abhinc annos della Congregazione per il Culto (detta anche – impropriamente – indulto di Agatha Christie), e confermato da Giovanni Paolo II nel Motu Proprio Ecclesia Dei del 1988.
 
Sempre con Benedetto XVI regnante, i riti ed i cerimoniali della curia romana avevano ripreso parte del loro antico splendore, con decisioni sempre a lungo ponderate ed anticipate sia sull’Osservatore Romano che per mezzo di note a cura dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, volte a spiegare, ad esempio, perchè il Papa ha sostituito per due volte in otto anni la ferula (il bastone pastorale del Papa) oppure ha ricominciato ad usare il fanone (un indumento liturgico proprio dei Sommi Pontefici), o ancora, perchè si è ricominciato ad eseguire la marcia delle trombe d’argento all’ingresso del Pontefice nella Basilica Vaticana, in occasione delle celebrazioni più solenni.
 
Ebbene, ora i tradizionalisti si trovano un po’ spiazzati dalle decisioni liturgiche e cerimoniali di Papa Francesco, che invece preferisce la semplicitàl’italiano al latino, nec rubricat nec cantat, eccetera; e negli ultimi giorni alcune di queste perplessità sono state portate all’attenzione della stampa.
 
Diciamo subito che il dibattito sul ruolo e sul valore della liturgia è uno dei più accesi (insieme a quello ecclesiologico sul primato petrino) in seno alla Chiesa Cattolica negli ultimi anni; basti pensare che lo stesso Bendetto XVI proprio sulla liturgia ha ricevuto negli anni (anche da ambienti interni alla Chiesa) critiche spesso severe; insomma, è naturale che dell’argomento si discuta, ma ci sembra di poter dire che tale discussione, se pur presente, viene spesso strumentalizzata.

Si: dall’istante successivo all’elezione di Papa Francesco è cominciata, da parte di una certa stampa, una campagna sottile e pericolosa, volta a far immediatamente dimenticare il pontificato di Benedetto XVI (abbiamo già citato i vari Macuso, Kung e Boff, che dopo aver criticato aspramente ed ogni giorno Benedetto hanno invece abbracciato Francesco ancor prima che dicesse una parola).
 
Il giorno dopo l’elezione di Francesco ha cominciato a circolare una storiella (del tutto destituita di fondamento) secondo la quale Bergoglio, nella stanza delle lacrime avrebbe detto al Maestro Mons. Guido Marini che gli porgeva la mozzetta: “Questa se la mette lei, il carnevale è finito”; questa bufala, rilanciata su tutti i giornali, e sommata alla semplicità di Papa Francesco ha persino infiammato qualche animo, portando un blog tradizionalista (pur sempre, fino a quel momento, rispettosissimo verso la Chiesa e il Papato) a pubblicare un articolo dal discutibile titolo “La maleducazione al Soglio di Pietro”.
 
Una nuova ondata di perplessità è montata quando, durante la presa di possesso del Laterano, Papa Francesco si è presentato con la ferula di Scorselli (quella usata quasi sempre da Giovanni Paolo II, per intenderci) che Benedetto XVI aveva abbandonato dopo due anni di pontificato per riprendere quella di Pio IX (e poi una realizzata sul modello di quest’ultima e regalatagli dal Circolo S. Pietro).
 
Alcuni sono perplessi perchè, dopo 8 anni di lavoro e di catechesi relativa al recupero di simboli un po’ caduti in disuso, sembrano bastate poche settimane per dimenticare tutto, ma soprattutto molti sono preoccupati dalla lettura che una certa stampa da di queste scelte.
 
Si è purtroppo caduti in una sorta di circolo vizioso, per cui un certo tipo di stampa pone eccessivamente (ed in alcuni casi strumentalmente) in risalto ciò che Francesco fa di diverso da Benedetto, e di conseguenza i tradizionalisti si preoccupano del significato di tali scelte e delle possibili strumentalizzazioni; la stampa chiude il cerchio dando voce alle perplessità e raccontandole come polemiche, descrivendo i tradizionalisti come nemici di Francesco e di conseguenza allargando il solco tra i due pontificati.
 
In sostanza, speriamo che tutti siano moderati, che chi cerca di far passare Benedetto come un incidente di percorso la smetta e che l’ufficio per le celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice torni presto a spiegarci le ragioni delle scelte liturgiche del Papa Francesco, non per confortare noi che il rifiuto del fanone non rappresenta il desiderio di Bergolgio di distruggere il papato ma per evitare malevole e dannose strumentalizzazioni ai danni del Papa Emerito, che (nonostante li meritasse) il favore e l’apertura di credito della stampa che Francesco sta sperimentando in queste settimane, non li ha mai visti.

ilVaticanista

http://www.ilvaticanista.it/2013/04/08/critiche-dei-tradizionalisti-a-papa-francesco

sábado, 6 de abril de 2013

Una sotana puede salvar un alma!



Del blog "Cigüeña de la torre" nos viene este artículo que nos tiene que hacer pensar sobre la importancia que tiene el uso de la sotana o hábito talar para el sacerdote católico diocesano o el hábito religioso propio de la orden. Uso que no ha sido abolido como sostienen quienes han mal leído el Concilio Vaticano II.


Más sobre el traje sacerdotal

  • No estorba para nada bueno y puede servir de mucho



      Un lector me envía este hecho del que ha tenido conocimiento. Y que refleja la posible realidad:

      "Para los que no dan importancia al atuendo del sacerdote, he aquí un ejemplo real, sucedido a un sacerdote que conozco.

      Todas las semanas va a un hospital para atender a uno o varios enfermos. Siempre viste de sacerdote, pero especialmente le gusta ir con sotana a los hospitales pues, según su experiencia, ayuda a dar paz y confianza a los enfermos. Por supuesto, cuando le ven, los familiares de otras habitaciones le piden que entre un momento a ver al enfermo. Lo que sólo iba a ser la visita a uno o dos enfermos, se convertía en una auténtica “visita de planta”. Y eso, sólo por ir de sotana.

      Al terminar uno de esos días, por pura comodidad, decidió salir por urgencias, ya que tenía el coche aparcado por esa zona. Al atravesar el pasillo que conducía a la salida, sintió que una mano le agarraba del brazo y le decía: “¡Padre, confiéseme, por favor!”. Por lo visto, se trataba de un herido grave, postrado en una camilla, al que debían operar urgentemente, pues se temía por su vida.

      Resultó que el herido también era sacerdote (aunque no llevaba nada que ayudara a identificarlo). El confesor le atendió con mucho cariño. Al final, le animó a que, si salía de allí, no olvidase vestir siempre como sacerdote, ya que si él (el confesor) no hubiera ido vestido con sotana, el enfermo no le habría identificado ni, por tanto, pedirle confesión. “Como nuestra tarea es llevar almas a Dios –le vino a decir–, debemos ser como un taxi, con el letrero y la luz siempre encendidos, para que, incluso desde lejos, cualquiera nos pueda parar y solicitar nuestros servicios. Los fieles necesitan curas que no teman vestir como sacerdotes, ya que debemos estar de guardia las 24 horas del día”.

      4 de abril de 2013

      http://www.intereconomia.com/blog/cigueena-torre/mas-sobre-traje-sacerdotal-20130404

      martes, 2 de abril de 2013

      "No hay peor ciego que el que no quiere ver!"

      Baronio pega duro de nuevo! La historia del rey vanidoso a quien gustaba vestirse espléndidamente es víctima del engaño de quienes le hacen creer que tiene el mejor vestido del mundo  Y el popolino adulador también sostenía la magnificencia de tales vestidos. Hasta que un niño en su inocencia hizo ver a todos que el rey estaba desnudo. Ahí empezó la gente a despertar. Razonar, pensar, no dejarse llevar para donde tira el viento. Reflexionar, meditar, rezar, pedir a Dios un poco de luz para no caminar en la oscuridad en medio de este vórtice mediático que no sabemos adónde nos quiere arrojar...






      A proposito dell'articolo Il primato petrino e i segni dei tempi,
      apparso su Chiesa e post concilio.

      E' evidentissimo che i problemi denunziati dai media durante il precedente Pontificato erano solo ed esclusivamente pretestuosi e volti a togliere di mezzo Benedetto XVI. Dico togliere di mezzo perché le intenzioni erano note sin da un anno fa: se non si fosse dimesso, forse avremmo dovuto annoverare Ratzinger assieme a Luciani nella lista delle vittime della Curia Romana. 

      Eppure è il caso di notare che il mondo, il secolo profano, non ha alcuna vera sollecitudine per i problemi della Chiesa: esso li addita come colpe solo per l'ultima sacra Monarchia di diritto divino in Europa, mentre diventano diritti quando sono praticati dai laici e dai gentili. 



      Omosessualità: un problema della Chiesa nei suoi chierici, non del mondo, che sbandiera i diritti dei gay, il matrimonio tra persone dello stesso sesso, il diritto all'adozione ecc.

      Pedofilia: un problema della Chiesa nei suoi ministri, non del mondo, che teorizza il diritto alla sessualità per i minorenni, l'educazione sessuale degli innocenti, la perversione dei fanciulli e dei giovani.

      Corruzione e carrierismo: un problema della Chiesa nell sua Gerarchia, non del mondo, i cui esponenti convivono e si pascono di corruzione, tangenti, conflitti di interessi, ricatti. 

      Trionfalismo: un problema della Chiesa nella sua Regalità, e non del mondo, che tributa onori alla feccia dell'umanità: pubblici peccatori, concubinari, viziosi, ladri, iracondi, corrotti e via elencando. 

      Integralismo e intolleranzaun problema della Chiesa nella sua divina costituzione, e non del mondo, che nondimeno catechizza le masse con i nuovi dogmi della tolleranza, della solidarietà, del pacifismo, della dignità dell'uomo.

      Ovviamente a questo stracciarsi le vesti per la vera o presunta corruzione o immoralità del Clero si accompagna, com'è ovvio, l'insofferenza alle ragioni dottrinali e morali che la Chiesa dovrebbe addurre per sradicare questi mali al suo interno. Il senso del peccato, la necessità della disciplina e della penitenza, la considerazione dei Novissimi, il ricordo salutare della pena eterna, l'esempio dei Santi, e prima di tutto i Comandamenti del Salvatore nostro e gli insegnamenti del Magistero, la dignità del nome cristiano, l'onore di Dio e della Chiesa, il primato della Verità.

      Ecco allora che un quivis de populo può parlare di solidarietà, di amore, di fratellanza, di speranza, di soccorso ai poveri e ai bisognosi senza mai menzionare il motivo per cui il Cattolico dev'essere virtuoso: l'amore di Dio e l'amore del prossimo per amor Suo.

      Sfamare gli affamati, vestire gli ignudi, consigliare i dubbiosi, visitare i carcerati e via elencando sono opere di misericordia, ma senza la Carità - virtù teologale mossa dalla Fede - queste opere sono prive di qualsiasi merito spirituale, sono sterili e vuote, come un cembalo che tintinna, per usare le parole dell'Apostolo.  


      Questo Pontificato è virtuale non solo per opera dei media e dei cosiddetti intellettuali progressisti; esso è frutto di una sua distorta concezione proprio da parte di chi ne è rivestito, e conduce ad un esercizio del potere papale slegato dal munus ed ancor più dalla finalità propria del Papato. 

      San Pietro non indossava né la mozzetta né i calzari purpurei della maestà imperiale, non portava la tiara né il fanone; ma era conscio del proprio ruolo, e fu martirizzato in quanto Sommo Pontefice della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana. Togliere oggi le residue pallide insegne del già minato potere papale non è gesto di povertà o di umiltà, ma indice di sommo orgoglio e preludio ad un nuovo modo di esercitarlo, privo tanto delle finalità quanto delle motivazioni soprannaturali che lo legittimano e lo pongono sotto la protezione diretta dell'Altissimo. 

      Essere Vescovo di Roma era sinonimo, sino a ieri, dell'essere Papa, Vicario di Cristo, Successore del Principe degli Apostoli. Come essere padre dei propri figli è sinonimo dell'esser marito della loro madre. Ma sappiamo tutti - senza bisogno di bizantinismi ed elucubrazioni da legulei - che oggi vi è una differenza voluta tra queste espressioni, e che la prima attenua o nega addirittura le altre. 

      Nomina sunt consequentia rerum, dice l'adagio: il Vescovo di Roma in veste piana non vuole essere - o quantomeno non vuole essere anzitutto - il Supremo Pastore della Chiesa Universale, e al tempo stesso agisce e si muove con la non chalance del supremo legislatore, innovando, sopprimendo, cambiando, cancellando, abolendo, riformando a proprio arbitrio.

      Se fosse solo Vescovo, Bergolio dovrebbe obbedire al proprio superiore ed adeguarsi alle norme, alle regole, agli usi e a quella tanto decantata prudenza che oggi vale solo a freno per la virtù mentre dovrebbe essere regola del retto agire ordinato al fine.

      Eppure egli è anche Papa, o quantomeno questo è il ruolo e la carica che gli è stata attribuita dal Conclave e che egli ha accettato di esercitare. Con quell'autorità che gli deriva dalla carica ricoperta, egli può permettersi le innovazioni e le stravaganze che nessuno, sinora, aveva osato compiere. Nella contraddizione, sia chiaro, di agire da Papa, ma nel non dirsi tale. 

      Pare di assistere al ripetersi della medesima contraddizione in cui incorrono i rivoluzionari, quando prendono il potere sulle rovine delle Monarchie: prima essi spodestano i Principi legittimi in nome del popolo sovrano, poi affamano e tiranneggiano in modo ben più crudele e tremendo lo stesso popolo sovrano, in nome di una presunta democrazia che rimane semplice petizione di principio. Per i Sovrani, la ghigliottina, sempre e comunque; per i rivoluzionari, elogi e attestazioni di fiducia irrazionale fino all'autolesionismo. 


      Viene in mente la fiaba di Andersen:

      C'era una volta un imperatore che amava così tanto la moda da spendere tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza. Non aveva nessuna cura per i suoi soldati, né per il teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un re si dice: È nella sala del Consiglio, di lui si diceva soltanto: È nel vestibolo.


      Nella grande città che era la capitale del suo regno, c'era sempre da divertirsi: ogni giorno arrivavano forestieri, e una volta vennero anche due truffatori: essi dicevano di essere due tessitori e di saper tessere la stoffa più incredibile mai vista. Non solo i disegni e i colori erano meravigliosi, ma gli abiti prodotti con quella stoffa avevano un curioso potere: essi diventavano invisibili agli occhi degli uomini che non erano all'altezza della loro carica, o che erano semplicemente molto stupidi. [...]



      Non è forse magnifique?, dicevano in coro i due funzionari; Che disegni, Maestà! che colori!, e intanto indicavano il telaio vuoto, perché erano sicuri che gli altri ci vedessero sopra la stoffa. [...]
      Magnifique!, Excellent!, non facevano che ripetere, ed erano tutti molto felici di dire cose del genere. [...] 
      L'imperatore si spogliò, e i due truffatori fingevano di porgergli, uno per uno, tutti i vestiti che, a detta loro, dovevano essere completati: quindi lo presero per la vita e fecero finta di legargli qualcosa dietro: era lo strascico. Ora l'imperatore si girava e rigirava allo specchio.


      Come sta bene! Questi vestiti lo fanno sembrare più bello!, tutti dicevano. Che disegno! Che colori! Che vestito incredibile!

      Stanno arrivando i portatori col baldacchino che starà sopra la testa del re durante il corteo!, disse il Gran Maestro del Cerimoniale.

      Sono pronto, disse l'imperatore. Sto proprio bene, non è vero? E ancora una volta si rigirò davanti allo specchio, facendo finta di osservare il suo vestito.

      I ciambellani che erano incaricati di reggergli lo strascico finsero di raccoglierlo per terra, e poi si mossero tastando l'aria: mica potevano far capire che non vedevano niente.
      Così l'imperatore marciò alla testa del corteo, sotto il grande baldacchino, e la gente per la strada e alle finestre non faceva che dire: Dio mio, quanto sono belli gli abiti nuovi dell'imperatore! Gli stanno proprio bene! Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per paura di passare per uno stupido, o un incompetente. Tra i tanti abiti dell'imperatore, nessuno aveva riscosso tanto successo.
      Ma l'imperatore non ha nulla addosso!, disse a un certo punto un bambino. Santo cielo, disse il padre, Questa è la voce dell'innocenza!. Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto il bambino.
      Non ha nulla indosso! C'è un bambino che dice che non ha nulla indosso! Non ha proprio nulla indosso!, si misero tutti a urlare alla fine. E l'imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!, e così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo una coda che non c'era per niente.

      Solo il bimbo innocente riconosce la realtà della nudità del re, mentre i cortigiani e i sudditi elogiano le magnifiche vesti invisibili. 

      Oggi solo un semplice, un fanciullo, si rende conto della nudità di Bergoglio, mentre i cortigiani del secolo e i sudditi della setta conciliare elogiano le sue virtù, la sua povertà, la sua umiltà:


      Come gli stanno bene quelle scarpe nere!, squittiscono certi giornalisti. Che gesto di umiltà, quella croce di ferro!, commentano altri. E si sdilinquiscono nel veder apparire al balcone Francesco che saluta con un Buona sera come se fosse il presentatore di uno show. 
      Finalmente le mitrie di Pio IX e i paramenti d'oro sono stati rimessi nelle soffitte, esulta il direttore di un'emittente cattolica. Sono finite le carnevalate, chiosa un altro. I cerimonieri devono essere mandati a casa, inveisce un prete in clergyman. 
      A tutti Bergoglio sembra vestito in modo molto negletto e poco consono alla dignità apostolica, ma siccome le magnifiche vesti della povertà e dell'umiltà di Francesco, a quel che dicono i sarti vaticani, si vedono solo se si è progressisti e fedeli al Concilio, allora tutti vanno in brodo di giuggiole per i baci ai piedi dei galeotti, per la mitria Ikea, per i discorsi a braccio. L'anello d'argento dorato è una scelta di povertà eroica! 
      Salvo poi sentire il semplice fedele che osserva: Ma le croci d'oro che hanno donato alla Chiesa i fedeli, perché non se le mette? E il vecchio parroco: Perché comprare dei paramenti così brutti, quando ne hanno di stupendi nelle sacristie papali? E la madre di famiglia: Se è così umile, perché non si veste come tutti gli altri Papi, invece di distinguersi tanto? E il generale: Se io mi togliessi le medaglie e i galloni, sarei disprezzato dai miei soldati. E il povero che elemosina sul sagrato: Io mi sentivo in una reggia, quando entravo in una chiesa; c'era il latino, il gregoriano, l'incenso; ora mi hanno tolto anche quel poco che mi faceva pesare meno la mia povertà. 


      Ovviamente ci sono ancora Cattolici che guardano la realtà con gli occhi della ragionevolezza e del sensus Ecclesiae. Essi sono i fanciulli della favola - e del Vangelo - dei quali Nostro Signore disse:  Sinite parvulos venire ad me

      Bergoglio è nudo.



      http://opportuneimportune.blogspot.gr/2013/04/i-vestiti-nuovi-dellimperatore-bergoglio.html